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PROPOSTE PROGETTUALI

 


ANALISI ATTUALE
La riabilitazione e la lungodegenza rappresentano in Italia un obiettivo importante nei piani sanitari, sia regionali che nazionali, in funzione del nuovo quadro epidemiologico e demografico. La nuova visione della disabilità promossa dall'OMS deve improntare gli interventi di carattere progettuale, partendo dal dato sui bisogni di salute soprattutto a fronte della insufficiente offerta di servizi. Gli anni novanta sono stati caratterizzati da un crescente interesse riguardante le attività di riabilitazione e lungodegenza. Una nuova situazione si è determinata con i cambiamenti demografici generati da:
  • allungamento della vita media
  • modificazione del concetto stesso di salute, inteso ora come completo benessere fisico, psichico e sociale
  • aumento delle aspettative, da parte della popolazione, nei riguardi delle cure mediche
  • aumento delle situazioni di cronicità e ridimensionamento degli stati acuti
  • esigenza di organizzare percorsi assistenziali che garantiscano la continuità del servizio e non la sola assistenza nelle fasi acute.

  • Dal punto di vista normativo due eventi, fra tutti, possono essere considerati degni di nota:
    1. la riprogrammazione dei posti-letto ospedalieri, con l’aumento dei posti destinati per la cronicità e la diminuzione di quelli destinati agli stati acuti, culminati con il provvedimento della Conferenza Stato-Regioni, datato 08.08.2001, che ha fissato il numero di posti-letto per acuti in 4/1000 abitanti e i posti-letto di riabilitazione e lungodegenza in 1/1000 abitanti;
    2. l'emanazione, sempre da parte della Conferenza Stato-Regioni, in data 07.05.98 delle "Linee-Guida per le attività di Riabilitazione" che hanno stabilito le fasi dell'intervento riabilitativo, il livello di intensità di cure, le caratteristiche ed i rapporti reciproci della rete di servizi, la strutturazione del percorso integrato socio-sanitario.

    Cos'è la riabilitazione?
    E' un processo di educazione e soluzione dei problemi, nel corso del quale si conduce la persona con disabilità a raggiungere il miglior livello di vita possibile sul piano fisico, funzionale, emozionale, sociale, affettivo e relazionale, con la minore restrizione possibile delle sue scelte operative.
    Le attività sanitarie di riabilitazione, richiedono obbligatoriamente lo presa in carico globale della persona disabile, la predisposizione di un progetto riabilitativo individuale e la sua realizzazione mediante uno o più programmi riabilitativi. Si intuisce facilmente come l'intervento riabilitativo sia diverso dall'intervento clinico in senso classico.
    In base ai dati riferiti al 2000, i posti-letto/1000 abitanti sono appena 0,17 quindi ben lontani dallo standard di 0,50/1000 abitanti di cui ci si dovrebbe dotare per rispondere all'emergere delle situazioni di cronicità in tutto il paese. Emerge quindi che non è assolutamente pensabile di riconvertire gli ospedali per acuti in ospedali di riabilitazione e lungodegenza attraverso un semplice cambio di etichetta. Tale riconversione deve avvenire per mezzo di una vera discontinuità rispetto al passato. Si rende necessaria l'acquisizione di nuove competenze tecnico-professionali, di un diverso metodo di lavoro, di una particolare attenzione alla qualità dei servizi alberghieri in considerazione della durata protratta della degenza e di una progettazione che sappia trarre spunto da una visione moderna e globale dell'iter riabilitativo. Il concetto di ospedale "aperto", di estrema contemporaneità, appare particolarmente calzante proprio nel caso degli ospedali di riabilitazione e di lungodegenza che dovrebbero essere progettali in maniera funzionale per farsi carico non solo delle disabilità fisiche ma anche delle problematiche psicologiche di persone in stato di bisogno che aspettano di rientrare nel proprio ambiente familiare e sociale. La cronicizzazione di molte malattie, in passato mortali, è indubbiamente un risultato importante della medicina moderna, ma porterà con sé, in tempi brevi, profonde trasformazioni sul sistema sanitario e sulle prestazioni da erogare. Le malattie croniche generano, nel tempo, la compresenza di diverse patologie, che richiedono un'assistenza domiciliare efficiente, capillare e ben articolata che l’attuale servizio sanitario territoriale non è in grado di garantire e perciò si prospetta, almeno fino al potenziamento di questo servizio, lunghe permanenze di questa tipologia di malati nelle strutture ospedaliere. Dovranno dunque essere approntate strutture capaci di accogliere questi pazienti e le loro famiglie ed in esse l'umanizzazione degli spazi dovrà avere, come è logico aspettarsi, un ruolo centrale.
    Sebbene questa attenzione verso spazi "più umani” abbia validità in qualsiasi struttura ospedaliera, è innegabile che esistano particolari realtà in cui l'umanizzazione da valore aggiunto assume il carattere di esigenza primaria.
    Un esempio significativo è costituito dagli Hospice e dalle Unità di Cure Palliative. Sono strutture destinate ad accogliere i malati terminali e le loro famiglie per assisterli nell'ultima fase della malattia. Si stanno finalmente diffondendo nel nostro Paese grazie al D.L. 28 dicembre 1998 n. 450, convertito, con modificazioni, nella Legge 26 febbraio 1999 n. 39, con cui il Ministero dello Sanità ha previsto l’adozione di un programma su base nazionale di realizzazione in ciascuna regione e provincia autonoma di uno o più strutture di questo tipo fornendo le risorse finanziarie necessarie con il successivo D.M. 28 settembre 1999.
    Cosa sono gli Hospice e le U.C.P.
    Sono strutture sanitarie in cui viene offerto al malato terminale ed alla sua famiglia un programma assistenziale articolato e strutturato, finalizzato a migliorare la qualità della vita residua del malato inguaribile attraverso il controllo dei sintomi fisici e del dolore nella sua quadrupla valenza (fisico, psicologico, sociale e spirituale) ed a garantire al paziente dignità Umana fino alla fine, prendendosi cura di lui e fornendo un valido supporto ai familiari.
    Caratteristica essenziale di queste strutture, è quella di presentarsi come una struttura ospedaliera a misura d’uomo. Questo significa innanzitutto che dovrà essere progettata in modo da garantire tutti i requisiti necessari affinché il servizio alla quale è destinata possa essere svolto in modo efficiente, funzionale ed efficace, non solo in termini di qualità per gli utenti ma anche in termini di economia di gestione in tutto il ciclo di vita ipotizzato. L'umanizzazione riguarderà scelte progettuali mirate (di natura funzionale, formale, estetica ecc.) finalizzate a trasformare la struttura sanitaria in un luogo in cui gli utenti possano sentirsi a loro agio, andando a contrastare la comune percezione che gli utenti hanno degli ambienti ospedalieri e sanitari in genere (freddi, asettici ed impersonali).
    La necessità di approfondire il processo di “umanizzazione”, nasce dal presupposto che un qualsiasi ambiente "influenza profondamente i comportamenti, gli stati d'animo e le modalità di relazione delle persone, nonché lo svolgimento delle attività"'. Questi condizionamenti sono molto più importanti in un Hospice, perché riguardano persone già gravate da una stato di tensione, di stress psicologico ed emotivo che, da un lato, riduce la loro capacità di adeguamento e di orientamento in un ambiente "estraneo", dall'altro, favoriscono processi di distacco dalla realtà; tali processi possono influenzare non soltanto i pazienti ma anche gli operatori (medici, infermieri, ecc.) dato il compito delicato ed altamente stressante che sono chiamati o svolgere.
    Nella pratica, umanizzare significa:
  • Soddisfare tutte quelle esigenze che permettono di produrre ambienti accoglienti e dignitosi;
  • Ricreare un ambiente molto simile ad una "casa" che, sebbene dotata di apparecchiature Mediche, sia capace di indurre (nei pazienti, i loro familiari e gli operatori) sensazioni di appartenenza e di benessere;
  • Contrastare il malessere psicologico dovuto al sentirsi in un ambiente estraneo, diverso dagli abituali luoghi della vita quotidiana.

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